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Terrorismo: la minaccia invisibile

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Terrorismo: la minaccia invisibile
di Luca Angrisani - Analista di Intelligence (Marina Militare)

Anders Breivik, responsabile delle stragi di Utoya e di Oslo, a poco più di un anno di distanza è stato ritenuto, dalla corte che lo ha giudicato per i fatti occorsi nel luglio del 2011, sano di mente e pertanto condannato a 21 anni di carcere, con sentenza rivedibile ogni dieci.
Due gli aspetti di questa vicenda che meritano, a parer mio, una riflessione: la prima relativa alla giustizia resa alle vittime ed ai loro parenti, la cui rapidità del ciclo legale ha confermato la validità del sistema giudiziario norvegese che, tra l'altro, seppur alle prese con l'impossibilità di infliggere l'ergastolo, con l'escamotage della rivedibilità, di fatto ha trasformato la condanna in tale; la seconda riflessione, forse più inquietante, è rappresentata dal fatto che un individuo, da solo, sia riuscito per anni, nella puntuale e sicura Norvegia, a pianificare, organizzare e realizzare una strage.
Come è potuto accadere? Chi è Breivik? Come è possibile che nessuno, neanche amici e parenti, abbia mai nutrito qualche dubbio sul comportamento di Anders?
Tanti gli interrogativi, ai quali, purtroppo, è bastata la sola perizia psichiatrica a sciogliere ogni dubbio. Le facoltà di intendere e di volere espresse nell'evidente razionalità dell'esecuzione del suo efferato piano criminoso, sono caratteristiche proprie di un'azione violenta quanto crudele e sono caratteristiche di un “atto terroristico”.
L'ipotesi che Anders Breivik fosse l'esempio di quello che gli addetti ai lavori chiamano “lone wolf”, lupo solitario, ha avuto conferma.
Nei giorni successivi agli attentati, mentre la Norvegia, leccandosi le ferite, si interrogava sugli aspetti della sicurezza del Paese, l'intera Comunità Europea, emotivamente scossa, paradossalmente sperava si fosse trattato di un gesto isolato di un folle, perché, in caso contrario, il vecchio continente si sarebbe trovato costretto ad interrogarsi prima, ed organizzarsi dopo, sul se e come far fronte ad una minaccia endogena ed imprevedibile come questa.
Le caratteristiche principali che hanno suggerito l'appellativo di lone wolf?
Indipendentemente dalla matrice, in questi casi il “lupo” è un individuo che agisce da solo, di sua volontà, non fa parte di nessuna organizzazione terroristica strutturata, non ha alcuno schema e nessun tipo di regia esterna; ha la capacità di auto convincersi ed auto attivarsi e, soprattutto, rappresenta una minaccia di difficile individuazione e prevenzione.
Il terrorista solitario, conduce una vita normale: ha amici, lavoro, hobbies. Insomma è una normalissima persona che, nella sua trasparenza sociale, apparentemente non può essere considerata una potenziale minaccia.
Non frequentando nessun tipo di associazione od organizzazione considerata socialmente pericolosa dalle Autorità preposta alla sicurezza interna, il lupo trova, nel mondo “virtuale” di Internet, sia l'ispirazione (anche se, spesso, un libro lo guida all'emulazione di chi lo ha preceduto), sia altre persone con comuni ideali o che, semplicemente, su alcuni aspetti la pensano come lui. Una sorta di sostegno morale e psicologico.
Non si tratta di uno sprovveduto: studia le dinamiche, le coperture, come finanziare la sua “personalissima” guerra, le tecniche, le procedure, la tecnologia, le armi; ogni fattore, ogni aspetto, va considerato e messo a sistema. Niente deve essere lasciato al caso, pena la mancata realizzazione del piano.

Ha una visione molto soggettiva della società e dello Stato. La prima è considerata allo sbaraglio ed è necessario richiamare la sua attenzione affinché reagisca. E lui è convinto di essere l'unico a poterlo fare; il secondo, rappresenta l'avversario; colui che con i suoi uomini, può in qualche modo ostacolarlo o rallentarlo.
Indipendentemente dalle modalità (con armi convenzionali o non convenzionali, con attivazione remota dell'ordigno, con azione mista o suicida ecc.), il terrorista solitario cerca la strage, lo spargimento di sangue, anche se, spesso, annovera tra la sue liste anche obiettivi sensibili quali le cosiddette infrastrutture critiche, come treni, metropolitane, aeroporti, impianti industriali. Insomma, tutto ciò che, seppur simbolicamente, rappresenta l'antagonismo al suo modo di pensare.
In conclusione: l'agire in modo individuale lo mette al riparo da eventuali tradimenti e/o errori altrui; la matrice può avere molteplici origini, così come lo stesso attentatore; la presenza sul mercato di materiale dual use (ad esempio il fertilizzante), lo assicura da possibili controlli da acquisti proibiti o insoliti. E, cosa forse più importante, lo svolgere una vita normale, integrata ed allineata agli usi e costumi locali, lo rende praticamente un individuo comune, nella media, insospettabile. Praticamente innocuo.
La Comunità Internazionale, noi tutti, abbiamo considerato, per troppo tempo, azioni come quella norvegese addebitabili ad un folle, ad un individuo con particolari problemi della sfera psicologica. E questo, forse, ci ha “indeboliti” dal punto di vista preventivo. Tutti i casi occorsi in passato, sono stati rapidamente archiviati e, cosi facendo, le forze di sicurezza di ogni singolo paese ed i loro database non sono cresciuti, né professionalmente (tecniche di monitoraggio e controllo), né dal punto di vista di parametri collazionati di riferimento. Insomma, per anni il fenomeno è stato sottovalutato, impedendo alla stessa cultura della sicurezza sociale di non svilupparsi in tal senso. Ci siamo resi autonomamente, e forse consapevolmente, vulnerabili.
E' ora di correre ai ripari. E’ ora di sviluppare una cultura della sicurezza comune e diffusa, che veda ogni singolo cittadino partecipare nel perseguirla, accrescendo il proprio spirito d'osservazione ed essendo in grado di cogliere quelle minime asimmetrie comportamentali sinonimo di potenziale minaccia. Ma, per farlo, è necessario che lo Stato, le Istituzioni, le Forze dell’Ordine e le associazioni di settore, collaborino nel diffondere dati, studi ed informazioni utili a rendere più fluida e controllata questa crescita socio-culturale. Tutti dovremmo lavorare per un futuro migliore e sicuro.
Inoltre è il momento di interrogarsi chiaramente e decidere, una volta per tutte, le priorità: o la privacy o la sicurezza. Non può esistere prevenzione senza controllo e vale da se che più quest'ultimo è preciso e dettagliato, tanto la possibilità di prevenire atti criminosi cresce. Relativamente a questo, sinceramente ho trovato alquanto anacronistica la decisione delle Autorità norvegesi che, non più di qualche settimana fa, hanno reso noto che non esisteranno più limiti di sharing su Internet; tutto potrà essere condiviso e non esisterà nessun tipo di controllo.
Forse, dopo quanto accaduto, le Autorità norvegesi dovrebbero fare tesoro dell’accaduto e mettere a frutto quanto imparato dalla durissima lezione subita. Il Popolo norvegese, penso che lo meriti.


 
 
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